Portello, Maran boccia la nuova Milano Alta: “Piano da rivedere, non ci convince”

Altra tegola sul Portello a due anni di distanza dal lancio del bando.

di GIAMBATTISTA ANASTASIO

Milano, 4 novembre 2016 – A Palazzo Marino il dado è tratto: “Il nuovo progetto di riqualificazione del Portello presentato dal Gruppo Vitalnon ci convince” fa sapere Pierfrancesco Maran, assessore comunale all’Urbanistica. Nelle scorse settimane il sindaco Giuseppe Sala aveva già scandito una mezza bocciatura: “Manca la scintilla”. Così aveva detto il primo cittadino a proposito della seconda versione di “Milano Alta”. Nel frattempo, però, in Comune sono proseguiti gli approfondimenti. E le conclusioni saranno messe nere su bianco nelle prossime settimane, non appena si renderà necessario il pronunciamento dell’amministrazione, non appena sarà terminata l’eterna trattativa tra Fondazione Fiera, proprietaria dei 56mila metri quadrati da riqualificare, e il gruppo bergamasco.

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Le richieste di modifica che la Giunta comunale avanzerà ai Vitali sono soprattutto due: “Dal punto di vista dei contenuti e delle funzioni deve esserci più spazio per la fruizione pubblica dell’area – spiega Maran –, il Portello deve essere un luogo vissuto e frequentato. Anche ammesso che tutti gli spazi commerciali e gli uffici siano dati in affitto, c’è il rischio di un posto vissuto solo in orario di lavoro. Dal punto di vista estetico, con quelle cinque torri tutte uguali questo progetto non sembra all’altezza del respiro internazionale di Milano e della sua immagine, per intenderci quella rappresentata da piazza Gae Aulenti”. L’ennesima tegola su un progetto che annaspa. Il bando con il quale Fondazione Fiera ha messo a gara l’area risale ormai a ottobre del 2014. E a distanza di due anni nulla si è ancora mosso, complice l’incredibile ritiro del Milan consumatosi l’estate scorsa.

Da qui la riassegnazione dell’area al gruppo Vitali. E un altro anno di stallo. Secondo indiscrezioni tra la Fondazione e i costruttori bergamaschi sussistono tre motivi di conflitto. Innanzitutto in largo Domodossola si ritiene che gli assegnatari del Portello debbano corrispondere il canone annuo per il comodato d’uso dell’area (1,5 milioni di euro per i primi due anni, 3 milioni a partire dal terzo) già da febbraio 2016, data di stipula del contratto. Quindi la distanza tra le parti sugli oneri di urbanizzazione da corrispondere al Comune: i Vitali ritengono siano in carico alla Fondazione. Infine, i costi della bonifica, problema già sollevato dal Milan.

Indiscrezioni che dal Gruppo Vitali vengono smentite: “C’è un contratto, firmato a febbraio, perfettamente vigente, in forza del quale stiamo procedendo con le richieste autorizzative del caso”. Attenzione però alla precisazione in merito alle spese di urbanizzazione: “Gli oneri a carico di Milano Alta – fanno sapere dal gruppo – sono tutti coperti dal nostro piano economico finanziario mentre gli oneri di urbanizzazione sono contrattualmente a carico di Fondazione Fiera. Il timing che ci siamo prefissati prevede di iniziare la costruzione entro il primo quarter del 2017“. Prima, però, bisognerà accontentare le richieste di modifica del Comune.

Arriva Gorno Tempini. Per Fondazione Fiera sfide Portello e Arexpo.

Insediamento del nuovo presidente dell’ente. Sul tavolo temi urbanistici e assetti societari.

«Sono onorato di poter svolgere un lavoro come questo, al confine fra pubblico e privato, così come ho fatto in Cassa depositi e prestiti». Esordisce così Giovanni Gorno Tempini, neo presidente della Fondazione Fiera Milano, durante il suo discorso di insediamento. Con lui finisce l’era di Benito Benedini e comincia una fase nuova. Non priva di ostacoli.

Uno dei primi nodi da sciogliere riguarda il progetto del Portello. Il quartiere, che aspetta di avere nuova vita, è in totale stallo, con i cantieri in sospeso. Il bando per dare un nuovo volto all’area fu pubblicato da Fondazione Fiera due anni fa con l’obbiettivo di trovare un inquilino in grado di cambiare le sorti di un pezzo di città così strategico, a un passo da City Life e a due dall’autostrada.

Tuttavia la «rivoluzione» urbanistica non sembra immediata, soprattutto dopo che è tramontato il progetto del Milan di costruire il suo stadio. Con il gruppo Vitali la situazione non è diventata più semplice e la svolta attesa ancora non c’è stata. Tanto che c’è chi spera in un nuovo bando per turare una riga e ripartire da zero. Più probabile invece che si «correggano» le mancanze e si esca da questo punto morto.

Il primo a sottolineare che le cose, così come sono, non vanno bene è il sindaco Giuseppe Sala: «Le trattative con gli operatori non sono tramontate – spiega – ma quell’area per acquisire valore deve avere una caratterizzazione forte che ora non c’è. Non bastano certo gli spazi commerciali». Insomma, manca l’idea portante per la rinascita del Portello. E forse, il progetto dello stadio del Milan, ostacolato e dissuaso dall’ex sindaco Giuliano Pisapia, poi tanto male non era.

Giovanni Gorno Tempini nelle prossime settimane cercherà di capire «se lo stop che si è registrato è temporaneo o definitivo». «Per ora – spiega – è prematuro dare un’indicazione, prima approfondiremo il dossier».

Nodo numero due. Oltre alle sorti del Portello, il neo presidente dovrà anche pronunciarsi su Arexpo. E chiarire la posizione della Fondazione riguardo all’eventualità dell’uscita dalla società, strada ipotizzata dal precedente managment dell’ente.

Le aspettative sulla new era di Fondazione Fiera sono parecchie. Il sindaco Sala si aspetta che «la fiera contribuisca a rendere Milano una città più attrattiva e internazionale» e non si limiti «a gestire il patrimonio immobiliare della fiera». Ha parlato invece di nuovi «compiti importanti» per Fondazione Fiera il governatore della regione Lombardia Roberto Maroni: «Non gestisca solo il patrimonio immobiliare di proprietà della Fondazione Fiera, ma faccia della Fondazione Fiera lo strumento di promozione del comparto fieristico nel mondo».

«Ringrazio il presidente Maroni- dichiara Gorno Tempini – e tutti coloro che hanno condiviso tale designazione, in particolare il sindaco Sala. Questo unanime consenso da parte dei maggiori stakeholders della Fondazione costituirà per me un ulteriore stimolo per un forte impegno in una Fondazione che, partendo dagli importanti risultati conseguiti nel tempo, saprà interpretare in modo sempre attuale il proprio ruolo al fianco di Fiera Milano SpA e al servizio dello sviluppo economico del territorio e del Sistema Paese nel suo insieme».

Maria Sorbi – Il Giornale.it

Il Portello in faccia alla città. Un flop dopo l’altro.

I due «nuovi» padiglioni della Fiera «Milano city» progettati quando già si sapeva che la Fiera sarebbe andata fuori città, sono inevitabilmente nati vecchi. Per non parlare del demenziale tunnel Gattamelata.

di Claudio Schirinzi

Negli ultimi vent’anni del secolo scorso Milano ha legato la sua idea di modernità al progetto «Malpensa 2000»: un grande aeroporto che ci avrebbe consentito di raggiungere senza scali ogni angolo del mondo e che avrebbe portato a Milano imprenditori dei Paesi più lontani. Si parlava di «hub» con la presunzione di chi fonda il suo sapere sul sentito dire e si fantasticava di primati che inorgoglivano anche chi non era mai salito su un aereo. Poi sappiamo come è andata: Alitalia che ha puntato tutto su Fiumicino, la crisi delle compagnie aeree, i ridimensionamenti inevitabili. Appena nato «Malpensa 2000» era già superato per quanto riguarda le strutture e inadeguato per le nuove condizioni di mercato.

È sempre così quando si lascia passare troppo tempo dall’idea alla sua realizzazione. Quello che sta succedendo al Portello è emblematico: i due «nuovi» padiglioni della Fiera «Milano city» progettati quando già si sapeva che la Fiera sarebbe andata fuori città, sono inevitabilmente nati vecchi. Per non parlare del demenziale tunnel Gattamelata costato 115 milioni e ancora chiuso perché di dubbia utilità e soprattutto di costosissime spese di esercizio (si parla di 500 mila euro all’anno fra illuminazione e manutenzione). Un tunnel senza padre che ogni amministrazione dice di aver ereditato dalla precedente e che adesso si vorrebbe passare, come il classico cerino acceso, a chi si farà carico di trovare un futuro per l’area Portello.

Due anni fa c’era chi faceva letteralmente a gara per accaparrarsela. Vinse il Milan che lì avrebbe voluto realizzare un nuovo stadio. Ma poi cambiò idea. E allora avanti il secondo classificato, il gruppo Vitali, con il progetto «Milano alta» e l’avveniristica «green street» pedonale a sette metri d’altezza. Un piano rimaneggiato più volte, fino all’ultima versione che prevedeva la demolizione dei due padiglioni e la costruzione di cinque torri (Ibm, Decathlon, Conad, un grande albergo, servizi di interesse pubblico).

Ora anche il gruppo Vitali ha cambiato idea. Può darsi che sia una retromarcia tattica per trattare con la Fiera e con il Comune sui costi degli oneri di urbanizzazione, ma se così non fosse si dovrà andare a una nuova gara, un nuovo concorso di idee, nuove lungaggini. Da quando si è cominciato a ragionare sull’utilizzo dell’area delle ex Varesine (anni Sessanta) alla realizzazione delle torri Solaria e Diamante, a Porta Nuova, è passato mezzo secolo. Per cinquant’anni quel pezzo di città è rimasto inutilizzato. Un grande spreco che non si deve ripetere al Portello.

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Corriere della Sera – Cronaca di Milano

Promesse, pasticci e voltafaccia: così in 700 giorni la Fiera è finita ko. La presidenza Benedini si chiude con questo fallimento: “Ora tocca ad altri, sono nauseato”.

Il bando di Fondazione Fiera proprietaria del Portello risale al 14 ottobre 2014. La missione: trovare un inquilino in grado di cambiare il volto di questo pezzo di città che accoglie chi entra a Milano in autostrada. Da allora sono passati 694 giorni. E anziché risolversi la vicenda semmai si è ingarbugliata. Perché in quasi due anni di tempo l’accordo per la rinascita del Portello è sfumato già due volte: un anno fa con l’eclatante dietrofront del Milan e oggi con il gruppo Vitali che due giorni fa si è sfilato un paio d’ore prima della firma decisiva. Due fughe, una definitiva e l’altra si vedrà, in un’operazione immobiliare e urbanistica dai contorni improbabili. E che lasciano ancora un buco nero sul futuro dell’area.

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È per completare l’operazione al Portello che, dopo aver costruito nel 2011 il nuovo centro congressi scippandolo a Santa Giulia, la Fondazione Fiera lancia il bando per riqualificare un’area da 30.500 metri quadri che ormai aveva perso il suo appeal espositivo. Due padiglioni, 1 e 2, realizzati negli anni ’90 dall’architetto Mario Bellini, con un timpano sulla facciata come biglietto da visita di questa fetta di città, da mettere a reddito. Il bando si chiude a gennaio, in finale arrivano in due e il club rossonero che qui gareggia per costruire il suo stadio di proprietà fa un’offerta faraonica: in extremis mette sul piatto oltre quattro milioni di euro all’anno per affittare l’area e sbaraglia la concorrenza. A fine giugno l’ente dà così l’ok al Milan. Rendering avveniristici, plastici e grandi annunci. Ma nemmeno due mesi più tardi il club si tira indietro.

Eccola, la prima grossa tegola che cade sul mandato da presidente di Benito Benedini alla Fondazione, che per la legge sarà pure un’istituzione di diritto privato ma che è chiamata a gestire la Fiera, un bene dall’ampio risvolto pubblico, per l’economia e la cittadinanza. L’ente resta spiazzato dalla retromarcia del club, che nella partita fa mettere la faccia a Barbara Berlusconi “per coronare il sogno di uno stadio di proprietà” per poi mollare il tavolo prima di Ferragosto. Spiegando che “la nostra era solo una proposta”. I legali di Fondazione Fiera si attivano, scatta la causa incentrata sulle firme già messe nero su bianco, l’ente chiede al club fino a 50 milioni di risarcimento e si vedrà come andrà.

Dal primo guaio, un anno fa, la Fondazione Fiera prova a uscire riallacciando i contatti con il gruppo Vitali, secondo classificato al bando del 2014 con la sua Milano Alta. Un centro polifunzionale con vari servizi: dall’intrattenimento all’alberghiero, start up e aree dedicate a salute, benessere e cucina. E una green street ciclopedonale a sette metri di altezza. Il tempo intanto passa e dallo scorso gennaio i padiglioni non sono più operativi e dunque non danno più profitti e la Fondazione vorrebbe accelerare. Ma le trattative fin da subito sono estenuanti. Il gruppo Vitali assicura di avere le spalle coperte da Stam Europe, presente però a fasi alterne. Intanto cerca di ridimensionare quei canoni troppo ambiziosi che nella corsa con il Milan, poi persa, si è spinto a offrire. E a febbraio spunta un affitto più vantaggioso, 1,5 milioni per i primi due anni e tre dal 2018. Ma nei mesi stravolge il progetto: non più una riqualificazione ma una demolizione totale dei padiglioni dell’architetto Bellini e del suo timpano, sostituiti da cinque nuove palazzine. Un modo per costruire di più e avere più volumi da mettere a reddito, dall’iter di approvazione più complesso e lungo. La decisione nel merito, e l’eventuale variante urbanistica, spetta comunque al Comune. Ma non si arriva ancora alla presentazione a Palazzo Marino. Perché prima ci si incaglia sui costi: gli oneri di urbanizzazione della versione bis lievitano, da 17 a una cifra tra i 35 e i 40 milioni. I costruttori vorrebbero che la Fondazione se ne accolli una parte. Ma l’ente non accetta. E in un tentativo estremo di spuntare costi minori da entrambe le parti l’accordo salta.

Una nuova impasse, la seconda, dopo un anno con accordi che sembrano sempre a un passo e poi si fermano. L’ex vicesindaca con delega all’Urbanistica, Ada Lucia De Cesaris, nel 2014 aveva seguito la partita: “Non bisogna mai avere gli occhi più grandi dello stomaco – dice oggi, riferendosi al nuovo progetto di Vitali – . Forse ora bisogna iniziare daccapo cercando di capire quella zona di cosa ha bisogno, tenendo conto che quella struttura è piena di potenzialità, in un progetto di riuso a partire dal timpano di Bellini. Se io fossi in Fiera ripartirei e mi siederei col Comune per arrivare a un progetto condiviso, da mettere poi a bando. In urbanistica – dice – quando le cose cambiano con troppe modifiche e troppi strati vuol dire che non funzionano”. A Fondazione Fiera l’invito di De Cesaris “a metterci un po’ più di attenzione”. Non spetterà più al presidente in uscita dall’ente Benito Benedini, però, sbrogliare la matassa. Lui sulla vicenda Portello non interviene, al telefono risponde con un infastidito telegramma: “Non ho niente da dire e sono nauseato, dalla prossima settimana potrete fare tutte le domande ai nuovi vertici. Arrivederci”.

di ILARIA CARRA

Gruppo Vitali: nessuno stop a Milano Alta. Il progetto Portello prosegue.

E’ notizia di ieri sera. Fra un annuncio e una smentita, si procede verso chissà cosa. A tutt’oggi non si è in grado di sapere o quantomeno di capire cosa sta succedendo (o ci sta succedendo) nella zona del Portello. Diamo per l’ennesima volta la colpa ai giornalisti (?!?) e tiriamo a campare. Queste, comunque, le parole del Presidente Massimo Vitali inerenti la questione che ci sta a cuore:

Non vi è nessun dietrofront sul progetto Milano Alta da parte del Gruppo Vitali i cui vertici, con questo comunicato, rispondono alle errate notizie uscite oggi sulla stampa.

Tra le parti c’è già un contratto firmato perfettamente vigente.

 

“Lo stop alla firma dell’accordo integrativo non è da imputare al Gruppo Vitali che ha cercato di raggiungere un giusto accordo con il Comitato Esecutivo in carica e l’improvvisa frenata subita non va ad inficiare la volontà del Gruppo di arrivare alla realizzazione di Milano Alta, sul quale si continua a lavorare come da accordo vigente. 

 

“Crediamo molto nel progetto Milano Alta” – dichiara il presidente del gruppo Massimo Vitali – “siamo convinti che si tratti della migliore opportunità per poter restituire alla città di Milano e ai cittadini un polo multifunzionale in grado di rispondere alle esigenze dei luoghi e rivitalizzare il quartiere. Non è assolutamente in discussione, almeno da parte nostra, il progetto nella sua interezza; anzi sono già stati fatti dei passi in avanti con i partner finanziari e i conduttori interessati a trasferirsi nel nuovo complesso immobiliare che sorgerà”.

Portello, l’accordo sfuma all’ultimo. Stavolta è Vitali a fare dietrofront.

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Niente intesa sui costi. Palla ai nuovi vertici di Fondazione Fiera.

Il Portello senza pace. E sembra di essere tornati indietro di un anno, quando il Milan rinunciò al progetto del nuovo stadio (con tanto di strascichi legali) dopo aver vinto la gara per la riqualificazione degli ex padiglioni della Fiera. Ci risiamo: ieri, a poche ore dall’ultimo comitato esecutivo prima del rinnovo delle cariche, i legali della Vitali S.p.A. hanno comunicato il dietrofront a sorpresa della società bergamasca. Niente di fatto a pochi passi dall’agognato traguardo, visto che l’atto conclusivo della gestione Benedini sarebbe dovuto essere proprio la firma sull’accordo. Una firma data per scontata dalle parti di largo Domodossola, anche perché giusto 24 ore prima sembrava che le parti fossero d’accordo su tutto. E invece no: l’intesa è saltata.

Un fulmine a ciel sereno. Il motivo? Alla base dell’improvvisa retromarcia ci sarebbe la ripartizione dei costi al capitolo «oneri di urbanizzazione», lievitati da 17 a 40 milioni con le modifiche al progetto della Green street «Milano Alta»: non più restyling degli edifici esistenti, bensì demolizione e ricostruzione con cinque torri. Conseguenza: servono più soldi. E Vitali spa, secondo indiscrezioni, vorrebbe che Fondazione Fiera si accollasse circa 20 milioni della spesa complessiva; somma giudicata eccessiva dal board uscente. E ora? La palla passa al nuovo organo direttivo, presieduto da Giovanni Gorno Tempini. L’inatteso stop al piano potrebbe essere legato proprio all’avvicendamento nella stanza dei bottoni.

Per intenderci forse Vitali ha intenzione di attendere che i nuovi amministratori si siano insediati per capire se ci sono oppure no ulteriori margini di trattativa. Del resto, la società bergamasca non ha ancora sciolto la riserva né sui finanziamenti necessari per realizzare la Green street né sui possibili affittuari. Senza contare le autorizzazioni che devono arrivare dal Comune. Ben altro scenario si avrebbe se invece Vitali rinunciasse definitivamente al progetto: in quel caso, la procedura dovrebbe ripartire praticamente da zero.

Milano, 8 settembre 2016 –  di N.P.

Cinque torri per il Portello.

Aggiornato il progetto di Milano Alta. La prima andrebbe a Ibm, l’altra a Decathlon, la terza accoglierebbe un grande albergo, per la quarta le trattative sono in corso ma sembra che in lizza ci sia Conad.

L’ultima torre avrebbe servizi di interesse pubblico. Resta il nodo dei costi

di Elisabetta Andreis

 

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Il disegno aggiornato della Milano Alta di Vitali per il Portello visualizza i cambiamenti di cui si è parlato negli scorsi mesi. Non più i due padiglioni della ex Fiera riqualificati con un mix di funzioni aperte al quartiere e la Green street a dominare il complesso. Ma invece cinque torri, ognuna destinata ad ospitare un inquilino. La prima andrebbe a Ibm, l’altra a Decathlon, la terza accoglierebbe un grande albergo, per la quarta le trattative sono in corso e in lizza c’è Conad. L’ultima avrebbe servizi di interesse pubblico. Mentre la Green street a sette metri di altezza costeggerebbe le torri. Il condizionale è d’obbligo, però. Intanto si deve sciogliere la riserva sui finanziamenti per coprire l’intero investimento (100 milioni subito e almeno 120 in seconda battuta). Poi, serve il via libera del Comune per demolire l’esistente (compresi i padiglioni e il timpano dell’architetto Mario Bellini) e ricostruire, anche con volumetrie aggiuntive non previste inizialmente, in parte frutto di premialità da efficientamento energetico. Alla città potrebbero arrivare fino a quaranta milioni per gli oneri di urbanizzazione, che potrebbero essere «scambiati» con nuove funzioni utili.

Altro fronte cruciale della trattativa, il tunnel di Via Gattamelata, inutilizzato: gestirlo porta un esborso da mezzo milione l’anno e Vitali al momento sarebbe disposto a coprire meno della metà. 

29 agosto 2016 | 10:17